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 Le banche popolari

Le banche popolari sono istituti di credito che comparvero nella seconda metà dell’ottocento per diffondere il risparmio e consentire l’accesso al credito delle fasce sociali meno agiate dei centri urbani allo scopo di promuovere la modernizzazione delle loro attività economiche.
 
Il 28 marzo 1863 nasceva a Lodi la prima Banca popolare italiana, per diretto interessamento di Luigi Luzzatti, il quale negli anni precedenti molto si era impegnato per la promozione di istituti bancari che ricalcassero il modello proposto dall’economista tedesco Schulz-Delitzsch: società anonime a responsabilità limitata che promuovevano la raccolta dei depositi dei soci, i quali venivano poi favoriti nelle operazioni di credito. Negli anni successivi, questo modello di istituto di credito si diffuse nei centri urbani maggiori e minori dell’Italia settentrionale (nel 1964 nacque la Popolare di Milano, nel 1967 la Popolare di Modena, ecc..) anche grazie all’impegno profuso dai ceti liberali, mentre assai rara restò la presenza al sud. Nel complesso la crescita di questo modello di banca fu assai rapida sia in termini di diffusione sul territorio sia di conquista di quote di mercato: le banche popolari passarono da 118 nel 1876 a 848 nel 1910, mentre la quota di mercato da loro detenuta aumentò dal 13,9% al 22,6%. Ben presto, nel 1876, esse si dotarono di un ‘organizzazione centrale, l’Associazione nazionale, che si proponeva obiettivi di informazione e coordinamento tra le aderenti. La base sociale delle banche popolari risultava composta soprattutto da piccoli industriali, agricoltori e rappresentanti delle libere professioni, mentre assai limitata era la presenza di operai. Il periodo fascista corrispose ad una fase di forte declino: nel 1936 il numero degli istituti era sceso a 431, mentre la quota di mercato era precipitata all’8,7%.
 
Il secondo dopoguerra si avviò con un importante provvedimento legislativo, la legge n°105 del 10 febbraio 1948 che modificò l’ordinamento delle banche popolari, in quanto omettendo ogni riferimento ai principi della mutualità, le collocò al di fuori del mondo cooperativo e le escluse da ogni beneficio fiscale e previdenziale. Dei principi cooperativi restarono fermi solamente quello della testa un voto e quello del limite al possesso azionario da parte dei soci, fissato allo 0,50% del capitale sociale. Inoltre molte banche popolari hanno mantenuto nei loro statuti e nella loro attività la facilitazioni all’accesso al credito per i soci.
 
La riorganizzazione post-bellica delle banche popolari si incentrò su tre istituti: l’Istituto centrale delle banche popolari italiane creato nel 1939, Centrobanca per il credito a lungo e medio termine alle piccole e medie aziende costituito nel 1947 e l’Artigiancassa per il credito alle imprese artigiane, anch’esso risalente al 1947.
 
Tuttavia negli anni cinquanta e sessanta il recupero di posizioni delle banche popolari fu piuttosto limitato, tanto che nel 1970 le 199 banche esistenti coprivano il 9,5% del mercato (rispetto al 1936 avevano guadagnato appena lo 0,8). Solamente negli ultimi trenta anni del novecento si è verificata una significativa ripresa, guidata da alcune banche popolari, che attraverso numerose fusioni sono entrate a far parte dei grandi gruppi bancari italiani: le 40 banche popolari esistenti nel 2002 detenevano una quota del 17% del mercato. Alcuni esempi interessanti dell’evoluzione delle banche popolari ci vengono dalla storia della Banca popolare di Milano e della Banca popolare della Basilicata.
 
Fonte:
Luigi Luzzatti, Relazione sulle condizioni economiche e morali delle banche mutue popolari italiane al 31 dicembre 1876, Padova, 1878. R. De Bonis, B. Manzone, S. Trento, La proprietà cooperativa: teoria, storia e il caso delle banche popolari in "Temi di discussione del servizio della Banca d'italia, n. 238, 1994"
 
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