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 Sviluppo e crisi tra prima guerra e dopoguerra

Lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un maggior intervento dello Stato nell’economia. Tra gli intenti del governo vi era l’ammortizzazione dei costi sociali derivanti dal processo inflazionistico, in particolar modo attraverso la calmierazione dei generi di prima necessità. Le cooperative di consumo furono ritenute adatte per il perseguimento di questo scopo e iniziarono a godere di un rapporto privilegiato con le amministrazioni locali. Esse entrarono così in una fase di sviluppo numerico e dimensionale, caratterizzata dalla nascita di nuove società e dall’accorpamento di altre. Anche se il fenomeno interessò soprattutto i grandi centri, è significativo che fossero coinvolte da questo trend positivo sia le società di orientamento cattolico, che quelle di ispirazione socialista.
 
Anche altri settori cooperativi furono partecipi di una crescita similare, in virtù di un dialogo più serrato tra i vertici politici dello Stato e quelli delle organizzazioni cooperativistiche, in particolar modo della Lega. In ambito agricolo fu emanato un decreto ministeriale sul credito agrario che agevolava l’accesso ai finanziamenti, mentre nel comparto della produzione e lavoro un sempre più alto numero di appalti e commesse belliche veniva pilotato verso le cooperative, che si ritrovarono interpreti di uno sviluppo maturato all’ombra della protezione statale e come tale caratterizzato da alcune debolezze strutturali.
 
Questi processi politico-economici ebbero come conseguenza fondamentale un decisivo passo in avanti nella creazione di strutture di rappresentanza e coordinamento delle singole imprese autogestite. Se una parte della forza della cooperazione, nelle diverse sfaccettature ideologiche, stava anche nella sua capacità di sottrarsi alla competizione del libero mercato attraverso la ricerca dell’ala protettiva dello Stato e degli enti locali, allora era indispensabile formulare organismi preposti al dialogo istituzionale, così come pareva impellente trasformare l’insieme delle singole imprese in un movimento coeso ed organico.
 
Questa tensione alla centralizzazione si concretizzò con la nascita di tre Federazioni nazionali in seno alla Lega – corrispondenti ai settori agricolo, di consumo e di produzione e lavoro – e con un maggior raccordo tra le varie organizzazioni cooperative del movimento cattolico. In quest’ultimo caso il processo di strutturazione partì dalle singole federazioni (agricola, di consumo, delle casse rurali), che superarono il tradizionale isolamento e diedero luogo ad una serie di rapporti e collaborazioni che sono alla base della successiva creazione della centrale ispirata ai valori cristiano-sociali: la Confederazione cooperativa italiana costituita nel 1919.
 
Terminato il primo conflitto mondiale, il movimento cooperativo appariva sostanzialmente irrobustito, specie nel comparto del consumo che più degli altri aveva conosciuto i benefici dei finanziamenti dell’Istituto nazionale di credito per la cooperazione. Il successo economico e lo sviluppo numerico delle società autogestite suscitò timori e risentimenti in buona parte dei ceti medi italiani, in particolare fra i commercianti, i proprietari terrieri e gli industriali. Maturò l’idea che la cooperazione, sempre più articolata attraverso le strutture consortili, rappresentasse un modello economico che traeva le proprie energie da un intreccio illiberale con il potere politico, anche perché le varie organizzazioni autogestite erano dichiaratamente animate da un’ideologia di riferimento. Nei primi anni venti, queste accuse di parassitismo e gli attacchi della stampa contro la cooperazione “politica” si sommarono ad una congiuntura economica non più favorevole.
 
Le difficoltà di alcune grandi banche si ripercossero sulle casse rurali e, di conseguenza, sulle cooperative che avevano avuto accesso ai loro finanziamenti; la caduta dei prezzi e il ritorno alla liberalizzazione degli scambi commerciali interni colpirono seriamente le organizzazioni del consumo, mentre il restringimento della spesa pubblica e la riconversione postbellica gravarono sul comparto della produzione e lavoro. Su questi problemi si innestarono le violenze squadriste perpetrate dal nascente fascismo, che, forte di un diffuso fiancheggiamento istituzionale, condusse una lunga serie di attacchi e aggressioni a uomini e sedi della cooperazione. Mussolini ed i suoi collaboratori avevano compreso come l’organizzazione cooperativa rappresentasse un decisivo collegamento tra organizzazioni di massa e società civile; infatti, l’istituto cooperativo era sostanzialmente percepito come un’entità politica oltre che economica, che andava ad inserirsi, assieme alle leghe rurali, ai sindacati, alle camere del lavoro e alle case del popolo, in quell’insieme di strutture sociali – prevalentemente di ispirazione socialista, cattolica o anche repubblicana – che permeavano la società civile dell’epoca, rappresentando di fatto un’insostituibile cerniera tra partiti e cittadini. Per il fascismo la rottura di questi legami avrebbe significato la crisi delle forze avversarie, e dunque si trattava di un tassello imprescindibile per la conquista del potere istituzionale.
 
Nei primi anni venti, centinaia di cooperative furono teatro di assalti, violenze, uccisioni e devastazioni di ogni tipo, preludio di un successivo controllo sul movimento.
 
Per approfondire:
F. Fabbri (a cura di), Il movimento cooperativo nella storia d'Italia (1854 - 1975), Milano, 1979. 


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