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 Dalla Resistenza alla Ricostruzione

A partire della caduta del fascismo del 25 luglio 1943, le cooperative cominciarono a riappropriarsi di quell’autonomia che per anni avevano visto limitata. Nel Centro-Nord la fase della Resistenza rappresentò un singolare periodo di sviluppo sotterraneo della cooperazione. Pur all’interno di una cornice di economia di guerra, di occupazione straniera e di conflitto civile, il movimento venne elaborando le strategie per un proprio rilancio all’indomani dell’arrivo degli Alleati, con l’intenzione di coniugare ricostruzione materiale e ricostruzione morale. Questo progetto fu fortemente sostenuto dai CLN, in cui i vari partiti stavano definendo i programmi da attuare nel dopoguerra, all’interno dei quali la cooperazione aveva ruoli e compiti impegnativi ed autorevoli.
 
Il periodo postbellico fu caratterizzato da una fioritura, per certi versi sorprendente, di nuove imprese cooperative, specie nei settori della produzione e lavoro e del consumo, che si trovavano a soddisfare i bisogni più immediati della riedificazione materiale e della calmierazione dei prezzi. Si trattava di un fenomeno in cui confluivano due spinte differenti ma complementari: la prima era quella dello spontaneo associazionismo popolare, fatta di entusiasmo e di impegno diretto, la seconda era quella istituzionale, gestita da politici e “tecnici” del cooperativismo. Entrambe erano motivate dall’idea che l’unione cooperativa rappresentasse il mezzo più ideoneo in quella precisa fase storica, nonché un possibile tratto saliente del successivo sviluppo. Nonostante quest’identità di vedute, non si ebbe la capacità di superare il tradizionale frazionamento politico che il fascismo aveva soppresso, ma non cancellato culturalmente. La Lega e la Confederazione delle cooperative si ricostituirono autonomamente nell’immediato dopoguerra mentre nel 1952 si aggiunse alla centrale cattolica e a quella socialista, l’organizzazione di rappresentanza dei cooperatori socialdemocratici e di gran parte di quelli repubblicani (Alleanza generale delle cooperative italiane – AGCI), fuoriusciti dalla Lega poco tempo dopo che questa era passata da una conduzione riformista ad una più spiccatamente comunista. In sostanza: la nascita di tre centrali nazionali cooperative, divenute poi quattro, corrisponde alle visioni strumentali che i partiti del tempo, D.C., P.C.I., P.S.I., P.R.I., avevano della cooperazione, vista come movimento associativo e strumento di consenso e mobilitazione delle masse, non come un insieme di imprese sociali, che potessero rispondere in piena autonomia ai bisogni delle classi più povere della città e delle campagne. 
 
Questa visione prevalente e non univoca aveva radici e origini lontane, dalla fine dell'800, ed era stata solo in parte contrastata. Troppo forte era l'influenza nella popolazione delle ideologie di partito e della Chiesa cattolica. Ancora oggi nonostante si avvertano fortemente le esigenze di superamento delle divisioni, per andare ad una ricomposizione unitaria delle Centrali cooperative, ciò non avviene. Si assisterà invece, negli anni successivi, ad un ulteriore frazionamento del movimento cooperativo con la costituzione di nuove Centrali cooperative, prima fra tutte l'U.N.C.I. (Unione Nazionale delle Cooperative Italiane), promossa dall'On. Donat Cattin, che trova fonte di ispirazione nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica.
 
Se la mancanza di unità del movimento poteva costituire una debolezza, la cooperazione beneficiò di una legislazione sicuramente favorevole. Nella nuova Costituzione repubblicana venne inserito un articolo col quale si riconosceva la funzione sociale e non speculativa della cooperazione, e si demandava allo Stato il compito di promuoverne lo sviluppo. Di lì a poco, nel dicembre del ’47, fu approvata la cosiddetta legge Basevi, che fissava i principi solidaristici e democratici a cui avrebbero dovuto ispirarsi le cooperative, e le clausole che avrebbero permesso di certificarne il rispetto del requisito della mutualità secondo la Costituzione.
 
 
Per approfondire:
F. Canosa, Bianca, rossa e verde. La cooperazione in Italia, Bologna, 1978.


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