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 Coop Adriatica

Bologna e la Romagna rappresentano il cuore dell’ambito geografico in cui opera Coop Adriatica. Le origini della cooperazione di consumo in queste aree risalgono alle prime fasi del periodo postunitario, e si contraddistinsero per un significativo intreccio con l’associazionismo di mutuo soccorso. A metà degli anni sessanta del XIX secolo esistevano cinque sodalizi del settore nella provincia di Bologna, tre in quella di Forlì – che all’epoca comprendeva anche il Riminese – ed uno in quella di Ravenna. Il rafforzamento successivo, maturato anche grazie all’intervento di figure del calibro di Andrea Costa e Nullo Baldini, pose Bologna e la Romagna in una posizione di prim’ordine a livello nazionale. Nel capoluogo emiliano, poi, la tradizione associazionistica aveva incontrato una particolare attenzione istituzionale, che nel 1914 aveva portato alla nascita dell’Ente Autonomo dei Consumi.
 
Anche in Emilia-Romagna, dunque, la cooperazione di consumo aveva radici antiche; nell’immediato secondo dopoguerra le cooperative esistenti erano 472, ridotte a 251 nel 1962. Ma questa regione rivelò ben presto una determinazione e una capacità più forti che altrove nel compattare le sue cooperative a livello provinciale, in modo tale da formare dei soggetti imprenditoriali capaci di elaborare strategicamente i propri progetti di sviluppo, non solo per il territorio d’origine ma, come vedremo, per l’intero territorio nazionale. Questo è il motivo per cui non esiste una sola grande cooperativa che fa capo all’Emilia-Romagna, ma ne esistono tre, che si estendono in diversa misura nelle Tre Venezie, in tutta la costiera adriatica e nel sud-est della Lombardia (provincia di Mantova). Incominciamo da quella cooperativa che deriva la sua origine dalla travagliata storia della cooperazione bolognese.
 
Come è già stato richiamato in precedenza, la cooperazione bolognese aveva conosciuto vicende molto particolari durante il fascismo: il grandioso Ente Autonomo dei Consumi fondato da Zanardi nel 1914 e giuridicamente riconosciuto nel 1917 era stato mantenuto in efficienza dai fascisti locali, così che al suo apice nel 1932 contava 34 spacci in città, 8 in provincia, 14 macellerie e uno spaccio di calzature, oltre a grandi strutture di produzione di pane e pasta e magazzini annessi. Per motivi ancora poco chiari, nel 1933 era stato commissariato e nel 1935 liquidato. Però il 14 ottobre 1935 era stata ricostituita la Cooperativa Bolognese di Consumo (già fondata nel 1911 e poi confluita nell’Ente), che aveva rilevato 16 degli spacci bolognesi dell’Ente (saliti a 23 nel 1940), oltre alle strutture di produzione e immagazzinamento. Il 9 luglio 1945 questa cooperativa era stata rifondata con il nome di Cooperativa di consumo del popolo di Bologna con 17 spacci e 205 dipendenti, ma la sua attività venne interferita dalla costituzione il 22 aprile 1947 di un Ente comunale dei consumi – primo in Italia –, che doveva fungere da coordinatore degli acquisti ma poteva anche cedere alcuni prodotti ai dettaglianti. La “Bolognese”, come la cooperativa venne ad essere popolarmente chiamata, instaurò qualche forma di collaborazione con l’Ente e proseguì nel suo allargamento, attraverso l’assorbimento di altre cooperative, arrivando nel 1954 a gestire 54 spacci.
 
Era la più grande cooperativa dell’Emilia-Romagna, ma la sua gestione non era brillante. In termini reali, il suo giro d’affari aveva cessato di crescere dal 1956 e nel 1962 i segnali di crisi erano molti. Fu cambiata la dirigenza, ma la svolta avvenne solo nel 1964, quando si insediò come presidente Luciano Calanchi, proveniente dalla Federcoop. In precedenza, vari tentativi fatti per cercare di risanare l’azienda non sortirono risultati apprezzabili cosicché la situazione economica e finanziaria si era andata continuamente aggravando. L’andamento delle vendite era stagnante, la rete commerciale appariva, rispetto alla concorrenza, sempre più inadeguata, i consumatori e i soci utilizzavano la cooperativa solo parzialmente rivolgendosi invece alla rete privata. Va detto che la direzione di questa azienda era formata da dirigenti di primo piano a livello del Comune di Bologna e dei partiti di riferimento PCI e PSI. Era quindi una direzione inadeguata a realizzare un programma di rinnovamento aziendale che sicuramente avrebbe comportato misure dolorose. La difficoltà non era solo tecnica ma era anche di ordine politico. Di fronte a questi dati di fatto, la direzione della Federcoop di Bologna e della Associazione decisero di modificare radicalmente la direzione dell’azienda: si formò pertanto un nuovo gruppo dirigente il quale elaborò un progetto di risanamento.
 
Il progetto di risanamento ebbe pieno successo e già nel 1967 la “Bolognese” era stata riportata in utile, ma a quel punto occorreva procedere alle fusioni, perché solo queste avrebbero potuto rendere sostenibile lo sviluppo futuro dell’azienda. Nel 1968 venne costituita la Coop Bologna, mediante fusione di 10 cooperative, tra le quali il Consorzio, con una copertura del 45% del fatturato provinciale, 197 punti vendita e un programma di ammodernamento dei negozi, con apertura di supermercati. Oltre alla Coop Bologna, esistevano in provincia nel 1968 ancora altre 30 cooperative, molte delle quali vennero incorporate in anni successivi. L’integrazione di queste cooperative implicò un grande impegno organizzativo e il cambiamento di focus da una visione localistica ad un confronto con il mercato aperto della grande distribuzione. Questo richiedeva un sempre più accentuato rinnovamento della classe dirigente delle cooperative, che non fu facile da realizzare, come non fu semplice convincere sindacati e base sociale della necessità di chiudere i negozi tradizionali per lasciare spazio alle moderne strutture.
 
Il primo supermercato venne aperto in Via Dagnini nel 1973; tra 1973 e 1975 i supermercati aperti, si potrebbe veramente dire a marce forzate, furono 8 e le superettes 19. Intanto molti erano i progetti di unificare Coop Bologna con altre coop provinciali limitrofe (Modena e Ferrara e anche Rovigo) Nel frattempo, un po’ casualmente, era iniziata le penetrazione del Veneto, con l’assorbimento di una cooperativa di San Donà di Piave con tre spacci; poi fu la volta di Carpenedo un quartiere di Mestre. Fu così che il 28 di marzo 1975 Coop Bologna mutò la propria denominazione in Coop Emilia Veneto. Quello fu un anno difficile anche per questa solida cooperativa, presieduta da Ivano Barberini, sia per i problemi di quadratura del bilancio, sia per il tramonto del progetto di unificarsi con le cooperative di Modena e Ferrara. L’ammodernamento dei punti vendita continuò e poteva essere realizzato con mezzi prevalentemente propri, per la solidità patrimoniale della cooperativa, ma non avrebbe mai potuto sortire gli effetti voluti se a monte non ci fossero state le strutture di Coop Italia e dei magazzini di rifornimento.
 
In questo modo, a partire dagli anni ’80, Coop Emilia Veneto, insieme alle consorelle emiliane, si trovava in prima linea nel ridisegnare obiettivi, strategie e modalità di relazione (fra grandi cooperative e con la base sociale), non più a livello locale, ma sul piano nazionale. Nel 1989 si decise di abbandonare la gestione degli spacci più piccoli e decentrati, dando origine ad una media cooperativa di successo, denominata Coop Reno. Un’altra decisione importante fu quella della costituzione nel 1989 di Adriatica Ipermercati spa, guidata da Giorgio Riccioni e Alberto Severi, insieme alle altre quattro grandi cooperative emiliano-romagnole, con l’obiettivo di aprire ipermercati anche in Puglia. Questo doveva anche essere il primo passo per realizzare un disegno di unificazione delle 5 grandi cooperative emiliano-romagnole, avviato all’inizio degli anni ’90; tale progetto venne attentamente studiato per un anno e mezzo circa, ma poi accantonato, con strascichi non del tutto positivi. Coop Emilia Veneto, allora, prese due decisioni importanti: concentrare maggiormente l’attenzione sul Veneto, acquistando insieme a Coop Estense la catena Full, e procedere alla fusione con la Cooperativa Romagna-Marche, con la quale avrebbe potuto lavorare al consolidamento della presenza sulla costa adriatica settentrionale.
 
La Coop Romagna Marche si era formata nel 1974, accorpando le Coop provinciali di Ravenna e Forlì insieme alla piccola Coop Marche. A loro volta, il processo di costituzione delle Coop di Ravenna e Forlì aveva seguito ad un dipresso le tracce degli analoghi processi messi in moto con molto successo in tutta l’Emilia-Romagna. A Ravenna il processo fu particolarmente rapido. Nel 1946 nel territorio provinciale vennero censite 48 cooperative, scese a 35 nel 1957, che fu anche l’anno di costituzione dell’Associazione provinciale delle cooperative di consumo; le cooperative erano ulteriormente scese a 14 nel 1962 e a 7 nel 1964, ma il processo di ammodernamento tardava a prendere piede. Tra 1964 e 1966 si ebbe l’apertura dei primi supermercati e nel 1967 si arrivò alla cooperativa unica. L’analogo processo del forlivese fu appena un po’ piu’ lento: dalle 42 cooperative del 1948 si passò a 16 nel 1964 e alla cooperativa unica nel 1968. Ma l’andamento non brillante delle due cooperative provinciali le spinse ben presto a ragionare in un’ottica interprovinciale, con la costituzione nel 1970 dell’Associazione interprovinciale delle cooperative di consumo delle province di Ravenna e Forlì, prodromo dell’unificazione nella Cooperativa Romagna Marche, che avvenne, come già detto, nel 1974.
 
La vita di questa cooperativa non fu inizialmente affatto facile, soprattutto perché non ci fu una chiara determinazione nella chiusura dei punti vendita in passivo e nel ridimensionamento della forza lavoro. Nel 1975 entrò in grave crisi, contemporaneamente alle crisi delle cooperative del Nord-Ovest e venne salvata con l’intervento di Coop Italia, dell’ANCC e del movimento cooperativo locale, soprattutto ravennate, che si accollò parte dei costi e, soprattutto, il compito della ricollocazione della forza lavoro in esubero. Verso la fine degli anni ’80 venne raggiunto nuovamente un certo equilibrio, ma la cooperativa restò sempre piuttosto fragile. Nel 1992 aprì a Pesaro il primo ipercoop marchigiano.
 
Il 10 giugno 1995 si arrivò alla fusione tra Coop Emilia Veneto e Coop Romagna Marche a formare Coop Adriatica, che nel medesimo anno aprì a San Donà di Piave il primo ipercoop veneto. Nel 1996 Coop Adriatica acquisì in provincia di Pescara una catena locale che gestiva superettes e supermercati per 6500 mq. di area di vendita. Al 2002, Coop Adriatica conta oltre 700.000 soci e gestisce 115 punti vendita, di cui 13 iper e 102 super, realizzando il 70% delle vendite ai soci. La suddivisione per area delle vendite vede Bologna con il 42,8%, la Romagna con il 19,8%, il Veneto con il 17,8% e l’Abruzzo con il 3,4%. Molto intensa è stata ed è l’attenzione di Coop Adriatica verso l’approccio della responsabilità sociale, che ha portato per la prima volta nel 2002 a redigere un Bilancio di sostenibilità, il quale rappresenta un avanzamento rispetto al Bilancio sociale. L’idea stessa di sostenibilità si sostanzia nell’adottare metodologie di produzione del valore che siano, in misura crescente, rispettose delle persone, più produttive socialmente e a minore impatto ambientale. E’ certamente un fatto positivo che un numero crescente di aziende si pongano in un’ottica di responsabilità sociale. E tuttavia, forse è venuto il momento di valutare più attentamente il significato di queste parole e soprattutto di fare alcuni distinguo. La Responsabilità sociale di un’impresa non si misura con la quantità di risorse destinate ad iniziative umanitarie e/o benefiche: è evidente che un’impresa per distinguersi in questo ambito, deve avere un approccio globale, dimostrando con i fatti di avere un “di più” di valore etico, sociale, ambientale. E deve rendersi disponibile a verifiche esterne, sulla base di standard internazionali riconosciuti. Soltanto così si sfuggirà ad una logica che, purtroppo, sembra prendere piede anche a livello politico e istituzionale, tendente a fare della Responsabilità sociale d’impresa una variante di marketing.
 
Fonte:
V. Zamagni, P. Battilani, A. Casali, La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino, 2004.
 
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