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 Ugo Rabbeno

(Reggio Emilia 1863 - 1897) Prima di essere conosciuta, nel nostro secolo, come "terra di cooperazione" per antonomasia, l'Emilia Romagna svolse un importante ruolo come patria di origine di alcuni dei protagonisti della storia della cooperazione in Italia, tra i quali vi fu uno dei più acuti studiosi del fenomeno cooperativo: Ugo Rabbeno.
 
Rabbeno fu allievo di Luigi Cossa, professore di economia politica presso l'Università di Pavia e convinto sostenitore dei principi del "germanesimo economico" e del cosiddetto "socialismo della cattedra", che si ispiravano all'intervento statale in campo economico e sociale. Laureatosi nel 1884 con una tesi su La cooperazione in Inghilterra, negli anni immediatamente successivi Rabbeno pubblicò due fondamentali lavori, La cooperazione in Italia. Saggio di sociologia economica (1886) e Le società cooperative di produzione (1889), che rappresentarono uno dei primi tentativi di riflessione scientifica, immune da condizionamenti ideologici, sul significato etico, economico e sociale della cooperazione. Tali opere dovevano indicare il sentiero entro il quale si sarebbe mossa successivamente la storiografia del movimento cooperativo.
 
L'interesse di tali scritti consiste prevalentemente nella sistemazione teorica che il giovane studioso emiliano tentava del fenomeno cooperativo, alla luce delle esperienze nazionali e internazionali. La cooperazione per Rabbeno consisteva in una unione di "persone aventi per iscopo non di speculare, ma soltanto di adempiere mutuamente e collettivamente ad un bisogno comune a tutte; od in genere di rendersi un servizio a tutte necessario e che altrimenti sarebbe richiesto ad altri con dispendio maggiore; di sopprimere gli intermediari costosi di esercitarne collettivamente la funzione con vantaggio comune. Inoltre essa si occupava in genere, non dell'interesse di pochi individui, o di una classe ristretta, ma dell'interesse di intere classi e si voleva animata in generale non da spirito egoistico, ma da un vasto e liberale spirito di simpatia e di fratellanza" (Rabbeno 1889).
 
E tuttavia in Italia l'esperienza cooperativa, largamente ispiratasi ai modelli della cooperazione europea, si presentava ancora marginale e frammentaria, non in grado di sviluppare una valida alternativa all'economia di mercato.
 
Negli anni in cui Rabbeno scriveva, il movimento cooperativo italiano attraversava una seria crisi di crescita. In particolare, come sottolineava il giovane economista reggiano, molte cooperative di produzione avevano dovuto sospendere la loro attività, dopo aver tradito gli originari principi cooperativi adottando comportamenti economici di tipo speculativo, mentre le cooperative di consumo fornivano loro un bel scarso appoggio, rivolgendosi ad imprese private per gli acquisti e impiegando i capitali in eccesso in iniziative non finalizzate alla promozione dell'associazionismo cooperativo. Per queste ragioni, egli riteneva che si dovesse rinunciare a considerare la cooperazione come modello complessivo di organizzazione economica, dal momento che la rete di relazioni tra società cooperative aveva maglie ancora troppo larghe. Più realisticamente, Rabbeno proponeva che si considerasse la cooperazione come forma di organizzazione d'impresa da parte di chi si ispirava a valori non speculativi. Ma in questo caso l'appoggio statale si rendeva tanto più necessario, quanto maggiore era l'esigenza di sottrarre l'egemonia del movimento cooperativo alle forze che si richiamavano alla tradizione socialista.  
 
Per approfondire:
Alberto Basevi, Ugo Rabbeno, Roma, 1953. 


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